Si scriveva … del Cavallo Arabo

I cavalli arabi purosangue hanno un posto rilevante nella storia araba, i poeti li hanno decantati e gli uomini potenti li hanno acquistati… Da sempre si scrive del “CAVALLO ARABO”: dal volume 27  Teatri, arti e letteratura, Bologna 1837:

I Cavalli arabi sono in generale di una costituzione delicata, ma essendo esercitati alle fatiche di lunge marcie, diventano agili, vivaci, e sommamente leggeri nella corsa, mentre hanno pochissimo ventre, piccole orecchie, ed una coda corta, e sottile.

Tali sono li contrassegni distintivi per li quali si distinguono al primo sguardo. Devesi poi aggiungere che i cavalli arabi, sono per la maggior parte esenti da esterne deformità, sono dolci e cosi docili, che si lasciano toccare, e condurre dalle donne e dai fanciulli, nel mezzo de’quali dormono sovente sotto una medesima tenda. Fino all’età di quattro anni i cavalli arabi vengono montati a ridosso, e si lasciano senza ferri.Questi cavalli resistono per due giorni interi alla sete, e vengono d’ordinario nutriti con latte di cammella.

Ecco ora le qualità fisiche, che gli arabi apprezzano in un cavallo sopra tutto: Il collo lungo ed inarcato, le orecchie sottili e che quasi si tocchino colle loro estremità, la testa piccola, gli occhi grossi e ripieni di fuoco, le mascelle scarne, il muso affilato, le narici bene aperte, il ventre asciutto,le gambe nervose, le pastoie brevi e flessibili, le unghie larghe e dure, il petto largo, e la groppa alta e rotonda. Tuttavolta purchè l’animale riunisca le tre bellezze della testa, del collo, e della groppa, gli arabi lo riguardano come perfetto.

Termineremo questo articolo, ricordando un tratto,che comprova fino a qual punto di fedeltà può essere spinto l’attaccamento dei cavalli arabi, pel loro padrone.

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Un arabo di una tribù del deserto fu fatto prigioniero in un combattimento da un’altra tribù; ferito, mutilato, e tutto intriso di sangue, venne legato con funi, e posto fuori delle tende della tribù vittoriosa. In questo stato deplorabile esso non pensava che a due soli oggetti, alla sua famiglia, ed al suo destriero; il profeta non aveva in quel punto che una debole parte nelle sue reminescenze, ma sentiva il più ardente desiderio di rivedere il suo cavallo prima di morire. Approfittando del sonno in cui stava immerso tutto il campo nemico, giunse a tagliare coi denti i suoi legami, e poscia si trascinò carpone fino alla tenda ove udiva il nitrito dei cavalli. Esso rivede in quel punto il suo amato cavallo. L’uomo e il destriero si dividono le più sensibili testimonianze di effusione…povero amico, diceva l’arabo al suo compagno, tutto è finito, tu non rivedrai mai più la tenda nella quale tu entravi ogni giorno per aver l’orzo, che noi amavamo di prepararti, tu non verrai più ad alzare la cortina, di cuoio colla tua testa per ottenere accarezzamenti, e i miei figli non sentiranno più riscaldarsi le loro tenere mani dal tuo fiato. Addio, addio! Il prigioniero si struggeva in lacrime, e sembrava che il cavallo intendesse il dolore del suo padrone. Che tu sia libero, gridò quest’ultimo tutto d’un tratto,e va a raggiungere quelli che noi amiamo!dette queste parole fa un nuovo sforzo , e co’suoi denti rompe la briglia del cavallo.

Allora la   gioia di quel animale fu al suo colmo; il prigioniero poteva bensì coi moti fargli segno di allontanarsi, ma l’animale non si mosse; co’ suoi salti, co’suoi nitriti, col movimento della sua coda, delle sue orecchie, delle sue narici, e col calpestio delle zampe dimostrava la propria allegrezza, ma non voleva abbandonare il suo padrone. Finalmente sembrava che il cavallo scorgesse che le funi gl’impedissero i suoi movimenti, ed allora sollevatolo co’ denti lo aiutò a salirgli sul dorso, e come un lampo si fuggì alla carriera. Il cavallo prosegui il suo viaggio notte e giorno,attraversò il deserto, senza mai fermarsi, finché giunse presso la tenda della famiglia del suo padrone, ed ivi lo depose ai piedi della moglie, e de’ suoi figli, che erano usciti all’accorgersi del suo arrivo, poscia, rivolgendo ad essi un ultimo sguardo spirò, oppresso e sfinito dalla fatica.

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Teatri, arti e letteratura, Volume 27 Bologna 1837

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